Double point of view #1: i Beatles suonati con l’ukulele

Marco

L’ukulele è uno strumento strano, che mi ha sempre fatto pensare alle Hawaii e a donzelle coperte solo di collane di fiori. I Beatles, d’altro canto, sono i Beatles. Ecco, unite queste due cose, ukulele+Beatles, aggiungete una location potenzialmente interessante, tipo un bowling nel bel mezzo di Williamsburg (Brooklyn Bowls, 61 Wythe Ave at North 11 St.) e avrete tutti gli ingredienti per una domenica pomeriggio divertente.

E invece no.

Intanto, quello che pensavamo essere un bowling in disuso, riadattato a sala concerto è invece un bowling vero e proprio, con le corsie, le palle che rotolano rumorosamente, i mega-schermi con il football americano, la gente che urla a ogni strike e la musica ad un volume senza logica.

Poi, quello che doveva essere il secondo pomeriggio di una due giorni completamente dedicata ai Beatles e all’ukulele, promossa da Roger Greenawalt, con la partecipazione di un sacco di suoi amici musicisti è in realtà un’accozzaglia di gente molto stonata che fa pensare che se Lennon li avesse sentiti sarebbe passato in un attimo dal pacifismo alla violenza più cieca. Come se non bastasse, pur essendoci decine e decine di persone dotate di ukulele sul palco e in giro per la sala (ma perché poi?), il suono dell’esotico strumento semplicemente SCOMPARIVA, coperto dalle due e spesso tre chitarre presenti on stage (più basso e batteria, naturalmente).

Infine, il pubblico.

La maggior parte della gente continuava tranquillamente a giocare a bowling e a far casino. Il resto, si strafogava di panini e hamburger senza nemmeno guardare il palco. Gli applausi erano rari e imbarazzati. Chi seguiva veramente il concerto, si fa per dire, erano decine e decine di bambini e bambine, che in realtà non facevano altro che correre e rotolare sul lercissimo pavimento.

In conclusione, 10 $ dollari buttati.

Però se siete appassionati di bowling una visita da queste parti ve la raccomando, perché il posto è veramente bello e caratteristico, lontano anni luce dai tristissimi bowling nostrani.

 

Maia

E’ che uno si immagina che qualunque cosa venga fatta a New York sia una figata. Cavolo, fanno un concerto di ukulele che ripercorre tutte le più famose canzoni dei Beatles? L’idea dovrebbe farvi intuire la fregatura in arrivo, eppure, cacchio, siete a NY: Beatles+ukulele=stra-figata.

E così io e Marco ci siamo andati di gran carriera, per nulla messi sul chi va là dal fatto che la location fosse un bowling, il Brooklyn Bowl. E invece qui stava il debusillis: caos, musica altissima, luci strobo fastidiose e soprattutto decine e decine di bambini dotati di scarpine, di quelle che brillano al buio, vestiti fighissimi come io mai in anni di studio delle più importanti riviste di moda, e un’attitudine al lanciarsi per terra, urlando come pazzi, preoccupante.

Ma a parte le famiglie che erano lì per il bowling, i fattori che hanno reso questo concerto (potenzialmente favoloso ma con un’alta e non intuita percentuale di fregatura) una schifezza erano: 1) i bambini, ma non quelli già citati: i bambini con l’ukulele; e soprattutto 2) la band: in 50 almeno sul palco – alcuni con imbarazzanti parrucche-replica del famoso caschetto dei baronetti di Liverpool, altri con occhialoni da sole tipo diva anni ’50, uno che sembrava il sosia di Renato Zero –,  essi avevano la fastidiosa tendenza a coinvolgere i bambini del pubblico facendoli salire sul palco, stonavano a ogni canzone, ci mettevano una vita a passare da un brano all’altro e, in generale, il loro stare insieme ha prodotto il clima di una recita di fine anno, delle elementari però, con genitori come spettatori principali, sequela di battute patetiche per rompere il ghiaccio e generale improvvisazione che la maestra, Roger Greenawalt, non sapeva arginare.

10 dollari buttati, ma il bowling potrebbe meritare una visita futura per una partita con gli amici.

PS: Double point of view è una nostra nuova rubrica che racconterà alcuni episodi che abbiamo vissuto dal punto di vista di Maia e da quello di Marco. Non sempre saremo d’accordo. A volte, come in questo caso, sì.

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Comments
One Response to “Double point of view #1: i Beatles suonati con l’ukulele”
  1. simone says:

    bella l’idea del 2point. vi leggo

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