Museum of Sex

Per festeggiare in modo romantico San Valentino, abbiamo deciso di visitare il Museum of sex, cioè il museo del sesso. Si entra direttamente dallo shop, che è poi una sequela di gadget a tema sessuale (pasta a forma di tette, mutande con frasi sconce, tende da doccia con le pin up, preservativi, lubrificanti commestibili, libri d’arte, vibratori). Primo shock: il biglietto, con sconto studenti, costa ben 20 dollari più le tasse. ‘Sta cippa!, pensiamo. Però sono 2 ore che camminiamo, abbiamo freddo, siamo stanchi, non sappiamo che altro fare e, soprattutto, ci scappa la pipì, perciò paghiamo e in cambio (wow) ci danno due fiale di pastigliette alle erbe che dovrebbero aumentare la nostra libido. Vabbè.

Il primo piano del museo è buio e losco, pieno di schermi che indagano il sesso nel cinema: si parte dai primi film anni ’20 con velati (e meno velati) riferimenti sessuali, ai cartoni animati super porno anni ’30, passando per i primi film con scene di sesso, i primi con riferimenti espliciti all’omosessualità, la sexploitation (che non ho capito bene), il primo nudo frontale (di Richard Gere in American gigolò), le prime scene di sesso anale (Ultimo tango a Parigi e tanto burro) e via discorrendo. Chiaramente, larga parte la fanno i video dedicati a masturbazione, sesso orale e ovviamente al porno: di tutti gli schermi, mi pare giusto, l’unico con il sonoro è quello del porno e quindi il sottofondo di gemiti dopo 20 minuti si fa fastidioso.

Saliamo al secondo piano dove ci sono alcuni riferimenti storici: foto anni ’20 di signorine charleston con tette al vento intente in blowjob in camporella, cartoline di nudo artistico francesi, qualche foto provocatoria di non so bene quale artista, un disegno porno di Picasso e uno di Keith Haring, memorabilia fetish, due bambole gonfiabili (maschio e femmina), alcuni interessanti strumenti ginecologici del secolo passato e alcuni vibratori ante litteram usati dai dottori per curarare l’isteria femminile.

Dopo tanto popò di reperti, una grande sala è dedicata al soft-porn a fumetti, dai manga, a Crepax alla distorsione sessuale di Paperino, Trilli e compagnia.

All’ultimo piano, invece, il più interessante, si parla del sesso tra animali: quelli che cambiano sesso per potersi riprodurre in caso la colonia sia composta tutta dallo stesso genere, quelli che si autoriproducono, quelli che si masturbano contro i gradini (soprattutto tartarughe super dotate) o con dei palloni (come gli elefanti), quelli che si masturbano alla vecchia maniera (senza sex-toys) come le scimmie, quelli gay, quelli che si danno i bacini, quelli che vanno con tutti in cambio di zucchero di canna (come i bonobo), quelli che fanno sesso coi cadaveri (come le anatre) e quelli che tentano stupri (sempre le anatre). Certi hanno piselloni paurosi (come il rinoceronte e la zebra) altri lo fanno strano (come i delfini), altri hanno le palle blu (sempre scimmie, non ricordo quali).

Alla fine, ‘sto museo (per restare in tema) è una vera pippa: la parte sugli animali è interessante ma il resto si riduce a un ammasso di tette e culi e peni. Ma non era il museo del sesso? Forse ho sbagliato e sono entrata a quello del porno? Perché non parlare della storia della contraccezione, mettere più memorabilia del passato, fare un po’ più di analisi storica delle abitudini sessuali umane dalla preistoria fino a oggi, perché non parlare dell’AIDS tra gli attori porno, e perché, ancora, non fare manco un riferimento alla letteratura erotica, alla musica o al principe di tutti i giornali per maschietti, Playboy?

Bocciato, 20 dollari che potevano restare in saccoccia. (Ma provo le pilloline e vi faccio sapere!)

PS: notate nella foto allegata, Tip (o Tap?) che fa il guardone e Topolino che si spara una pera. Sapere che Minnie se la spassa con Pippo, è davvero troppo per lui.

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Comments
One Response to “Museum of Sex”
  1. alessandro says:

    ma quanto ti sei imbarazzato andando in giro per un museo simile? sei ancora rosso in faccia adesso?

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