Double point of view #2: Interpol

Marianna

Ieri, concerto degli Interpol al Radio City Music Hall (bellissimo e dove servivano cocktail con le cannucce luminose per accendere di blu la sala). Tengo a precisare, capisco che per la nerditudine è impensabile e vi verrà uno shock, che non mi piacciono e ci sono andata solo per non lasciare Marco da solo.

Breve glossario di fantasia per capire gli Interpol e cosa si cela dietro il loro misterioso nome tronco.

Interpol-lo: il modo in cui ballava una sciampa tre file più avanti. Le stesse movenze di un pollo a cui mozzano la testa e per un po’ continua a deambulare.

Interpol-are: il gelo che emanava dal gruppo, freddo e zero coinvolgente

Interpol-trona: quella dove stavo seduta comodamente e dove ho dormito per gran parte del concerto, noiosissimo.

Interpol-luzione: così, tanto per dire qualcosa di scemo.

Interpol-pette: perché me le hanno macinate come carne trita per polpette, con le loro canzoni tutte uguali.

Interpol-tergeist: no, no, voi 10 stronzi davanti a me in piedi, mentre tutti noi dietro stavamo seduti e volevamo “goderci” il concerto da tranquilli, no, non siete trasparenti e non vedo niente.

Interpol-vere: quella che devono aver sniffato i soliti 10 cafoni prima di venire qui perché sono un po’ esagitati, per essere a un concerto di ‘ste pippe, e saltano sulle poltrone abbracciandosi.

Interpol-izia: serviva quella per far smettere di fumare canne alla gente, al chiuso del Radio City Music Hall.

Interpol-emica: ma l’unica canzone che conoscevo bene, dovevano proprio farla per seconda?

Interpol-Pot: ci vorrebbe un dittatore per mettere fino a questa noia. Noia. Noia.

Marco

Vedere gli Interpol a Radio City Music Hall sembra una cosa molto “cool”. Uno si immagina il gruppo davanti al pubblico della sua città che dà vita a uno spettacolo sobrio, elegante, magari un pelo snob. Ti immagini la gente stilosa che arriva dalle zone più trendy di Manhattan per ascoltarsi il concerto, comodamente seduta in quel fantastico tempio che è Radio City (brivido di orrore al pensiero che due giorni, prima in questo stesso posto, aveva cantato Gigi D’Alessio).

Invece no.

Il pubblico, sembra uscito dal peggiore dei fans club di Vasco. Tutti esagitati. Tutti in piedi. Tutti ad urlare e sbracciarsi anche durante le canzoni più intime e lente, che  possono richiedere, al massimo, un leggero movimento della testa per tenere il ritmo, ma niente di più. Nella fila davanti a noi a un certo punto inizia pure a girare un cannone di discrete dimensioni, che magari capirei pure se fossimo a vedere, non so, i Foo Fighters? Ma qui… Senza contare che anche dal palco arrivano vibrazioni che non giustificano proprio tutta questa esaltazione. Certo, ci sono i cavalli di battaglia dei primi e più riusciti album (Turn On the Bright Lights e Antics), c’è la canzone su New York (NYC) che indubbiamente il pubblico lo colpisce, ma per il resto, boh, concerto piatto, a tratti noioso e band freddina.

Nonostante questo, intorno a noi è tutto un frenetico darsi di gomito, ballare come se ci fosse GG D’ag in console, saltare senza sosta, cantare abbracciati come se stessero suonando un epico lentone heavy metal. Per di più non siamo nemmeno nelle prime file, dove magari è naturale che ci siano i fan più inossidabili, ma bensì nascosti nelle retrovie del terzo mezzanino, lontanissimi dal palco.

Newyorchesi tutti, datevi una calmata.

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