A lezione all’Empire State Building #3 + la vera internship

Il terzo e ultimo seminario di preparazione all’internship è stato una noia mortale. Per prepararci al magico mondo del lavoro made in USA, e dovendo far fare bella figura alla scuola che organizza tutto ‘sto tourbillon di stage, dovevamo sottoporci a un training finale che consisteva, in sostanza, in una interview simulata. Peccato che io pensavo a una robetta di cinque minuti a testa, tanto per vedere se ce la cavavamo, se sapevamo spiccicare due parole in inglese, e se eravamo un minimo educati. Invece no. L’intero prontuario di domande tipo che ci avevano consegnato a inizio corso, veniva minuziosamente chiesto a tutti. E noi eravamo 15. L’interrogatorio durava circa 15 minuti a testa. Fate voi due conti. Ed ero uscito da scuola alle 14 e avevo pure un certo appetito. Per smorzare la noia mortale, di cui sopra, mi sono messo: a 1) giocare come un dannato a NBA Jam sull’iPhone; 2) litigare con Maia dicendole che non era maturo pensare che la sua internship avrebbe fatto schifo; 3) parlare in italiano con un paio di connazionali sboroni molto Milano da bere che “ah, il mio ragazzo lavora per Roberto Cavalli, ma non fa mica le fotocopie, fa l’assistente” e “oh, io sono venuto a NY per dipingere e ho anche costruito un muro in cartongesso nel mio loft. E l’ho decorato con alcuni miei lavori”. Potete immaginare le facce mia e di Maia.

Dopo molte mezz’ore lentissime, dopo che una russa in pelliccia di cucciolo di foca morto a sprangate è uscita dall’interview sbattendo la porta, dopo aver fatto amicizia con una coppia di colombiani docenti universitari in fuga e dopo parecchie altre partite al telefonino, finalmente, per penultimo (ovviamente!) è arrivato il mio turno. Sono entrato nell’aula. Il nostro docente, Jahmar, era lì ad attentermi. Nel corso degli altri due incontri era sempre stato socievole e alla mano, ma quel giorno si è trasformato in un serissimo CEO di qualche multinazionale più o meno torbida. In modo rigido e composto mi ha propinato una trafila di domande che, in teoria, avrei dovuto sapere perché le avevo ripassate più volte, ma l’agitazione me le faceva percepire come quesiti a sorpresa. E quindi, persino cose tipo: “Describe yourself” mi risultavano difficilissime. Jahmar, poi, non rideva a nessun mio tentativo di spezzare la tensione. Ma perché? Quando era il turno di Maia, li sentivo ridere dal fondo del corridoio! Nonostante il mio proverbiale panico, alla fine il colloquio è andato bene e, nel giro di un paio di giorni, mi hanno fissato la vera interview.

Mi sono così trovato davanti alla scrivania del Direttore (anzi Direttrice) di un’agenzia stampa specializzata in notizie dall’Africa e dal Medio Oriente. Indubbiamente i consigli che mi avevano dato sono stai utili, e mi hanno consentito di essere meno a disagio di quanto temessi. Il colloquio è andato bene, e dalla scorsa settimana ho iniziato a lavorare. Farò 8 settimane in questa agenzia: 3 volte alla settimana per 4 ore l’una. Tosto, insieme alla scuola, ma potrò parlare inglese con veri americani e imparare qualcosa di nuovo. Al momento le mie mansioni non sono proprio del tutto chiare: vige un clima da centro sociale nell’ufficio e tutto è molto easy. Comunque, si tratta soprattutto di cercare notizie interessanti, spulciare siti e portali, scrivere articoli su temi di attualità. Oggi, per dire, sarò per la prima volta in missione sul campo: seguirò la manifestazione a supporto della rivolta in Libia, che si terrà nei pressi del Palazzo delle Nazioni Unite.

 

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Comments
One Response to “A lezione all’Empire State Building #3 + la vera internship”
  1. simone says:

    ah ah ah! e complimenti!

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