Double point of view #3 | Se nella metro mi dicono “run”, io “run”

Qualcosa è successo venerdì 25 marzo, sulla linea 1 della metro di NY. Noi c’eravamo.

Maia: Questa è la versione drammatica dei fatti.

Dovevamo andare all’House Warming di Aktina. House warming significa far fare il giro di riscaldamento a una casa nuova, quando ci si trasferisce. La si battezza con una festa o una cena tra amici. Prima di salire in metro, ci siamo fermati a comprare due bottiglie di vino, un rosso e un bianco. Abbiamo preso la metro per andare ad Harlem, a casa della nostra amica. Sedevamo nei sedili vicino alle porte scorrevoli che collegano i vari vagoni del treno. Marco giocava con l’iPhone, io guardavo il pavimento, mezza addormentata. Non ricordo molto bene la sequenza dei fatti, sono parecchio confusi. Ho visto solo tutta la gente seduta nella parte centrale del vagone, alzarsi di scatto e iniziare a correre verso di noi urlando “Run”, correte. Ho sentito Marco che mi diceva vai, non ricordo nemmeno se l’ho guardato in faccia. Mi sono alzata, con una prontezza di riflessi non mia, e mi sono messa a correre verso la porta. L’hanno aperta, tirandola di lato, e ci siamo tutti accalcati, cercando di passare nell’altro vagone. Sono stata urtata, spinta con forza, colpita dalla porta scorrevole, non mi sono voltata, pensavo solo: “Qualcuno ci insegue e siamo tutti terrorizzati, sto per morire, sono i miei ultimi momenti”. Avevo la testa vuota e pensavo solo che stavo per morire e che c’era un uomo armato che presto o tardi ci avrebbe sparato e ammazzato tutti.

Correndo sono inciampata, a riprova che sono sempre imbranata anche nel pericolo, e sono rovinata contro uno dei pali che si usano per reggersi quando il treno è in movimento. Ci ho sbattuto di faccia, facendomi un male cane: miracolosamente gli occhiali non si sono rotti. Quando sono caduta ho pensato: “Ho ancora il vino tra le mani,e lo voglio abbandonare”, ma la borsina di plastica è rimasta impigliata tra la manica del cappotto e i miei guanti.

Siamo arrivati correndo alla fine del vagone, e il treno ha rallentato fino ad arrestarsi alla fermata: siamo usciti di fretta fuori, agitati e confusi. Alcuni hanno corso verso l’uscita, noi eravamo bloccati al fondo del tunnel, tra il muro della stazione e la galleria. Senza via di scampo. Io ero terrorizzata e piangevo come una fontana, mi faceva male la faccia e il fatto che Marco mi avesse detto “Ho pensato ci fosse una bomba” mi ha fatto schizzare la paranoia alle stelle. Poteva ancora esplodere e noi eravamo bloccati lì senza poter raggiungere facilmente l’uscita, perché tra noi e i lontani tornelli c’era quest’uomo, pazzo, che urlava come un indemoniato frasi sconnesse che non capivo. La gente intorno si chiedeva cosa stava succedendo e dopo il segnale di risalire fatto dal capotreno ci siamo decisi a rientrare sul vagone, senza sapere, e mai lo sapremo, che cosa fosse realmente successo. Magari detto così sembra niente, ma è stato uno dei momenti più terrorizzanti della mia vita. E i molti lividi che ho in faccia, sulle braccia e sulle ginocchia me lo ricorderanno ancora per qualche giorno.

Marco: Questa è la versione comica dei fatti.

Sto battendo il mio personale record a Tiny Wings. Sto arrivando alla sesta isola, proprio nel momento in cui scoppia il casino. Alzo gli occhi e vedo dal fondo del vagone della gente che corre e urla. Sono ancora distratto dai colori delle collinette di Tiny Wings, chiaramente frutto di dosi massicce di LSD, e ci metto un attimo di troppo a capire. Molte altre persone si alzano e si fiondano verso di noi, che stiamo seduti di fianco alla porta che dà accesso all’intercapedine attraverso cui si passa al vagone successivo. Mentre la musichetta demente di Tiny Wings mi ronza ancora in testa, inizio a comprendere chiaramente la parola che la gente sta ripetendo con una certa insistenza. Una parola che capirei anche senza aver fatto la scuola di inglese o l’esperienza all’estero. Una parola semplice, un verbo, tre lettere: R-U-N.

Ora, se sulla metro n.1 di New York, in un tunnel sotto terra, dalle parti della centesima strada, io sento la gente che mi dice “run” io faccio una sola cosa: io run.

Quindi afferro Maia, la lancio davanti a me e inizio a correre, con la mandria di bisonti alle spalle, passando nel vagone successivo e pensando che però, cazzo, ero quasi arrivato alla sesta isola di Tiny Wings, è un peccato morire così, senza esserci riuscito. Mentre incespico e vedo Maia davanti a me incespicare ancora peggio e prendere una tranvata in faccia contro il palo di sostegno penso ad occhiali rotti e sangue dal naso (ma invece no) e mentre la aiuto a rialzarsi mi accorogo che ha ancora il sacchetto con il vino saldamente in mano, penso che sono orgoglioso di lei,  che ha sacrificato la faccia per salavare gli alcolici e la spingo ancora avanti e avanti in tutto questo trambusto mi vedo nell’ordine:

sparato

esploso

bruciato

accoltellato (al momento mi sembra la meno probabile)

Poi tutto si ferma. Il treno si ferma e la gente si ferma. Si aprono le porte e corriamo fuori. Naturalmente siamo sul lato sfigato della stazione, senza possibilità di uscita e con un bel muro scrostato alle spalle.

Per capirci, se ci fosse stato un pazzo armato da qualche parte noi saremmo stati quelli spacciati. E il pazzo effettivamente c’è, ma non sembra armato e da lontano urla alla gente di risalire SUBITO sul treno. Anche in questo caso obbediamo e io penso che insomma son stufo di farmi dire da tutti che cosa devo fare.

 

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