Mi sono de-Starbucksizzato

Andare da Starbucks, quando ero piccolo, voleva dire innanzitutto trovarsi in un altro paese. Poteva essere una gita con la scuola o un vacanza con gli amici. Ma c’era sempre di mezzo un viaggio, una città da scoprire e la voglia di provare un nuovo gusto di Frappuccino, qualunque cosa fosse. Starbucks aveva sempre i divani e le poltrone comode e la musica che ti faceva rilassare. Starbucks erano bicchieroni bollenti e grossi come boccali di birra che ti bruciavano le dita; era la paura di dover parlare alla cassiera in una lingua diversa dalla propria; erano i ragazzi più grandi seduti con i Mac sulle ginocchia e le cuffie nelle orecchie. Starbucks era uno strano logo verde e nero e una donna dai capelli lunghissimi.

Da quando sono arrivato qui a New York, nonostante i più di 150 negozi, io da Starbucks non ci sono ancora entrato. Le ragioni sono molte. Intanto, il prezzo, carotto rispetto agli altri caffè. Poi, l’affollamento e l’impossibilità di trovare un posto a sedere. Ma queste sono le motivazioni più prosaiche. Quelle un pelo più profonde sono legate al fatto che, stando qui, si finisce con lo scoprire un sacco di realtà giovani e dinamiche che meritano di essere supportate ben più di una multinazionale. Per esempio i ragazzi del Mud Truck, con il loro camioncino arancione ad Astor Place. Oppure il meraviglioso caffè americano di Ciao for now. O Milk and cookies nel Village. O Bakeri a Brooklyn. O Billy’s a Nolita. O moltissimi altri, sparpagliati fra le strade della città. Si tratta molto spesso di ragazzi coraggiosi, che hanno iniziato il loro piccolo business con stile e carisma, arredando in modo spartano ma accogliente i loro locali e offrendo caffè decenti, senza tanti fronzoli e a prezzi modici. Giovani dinamici, disponibili anche a fare quattro chiacchiere, tra una sorsata e l’altra.

Per questo ho deciso di lasciare Starbucks laggiù, in un angolo della memoria, con i suoi ricordi di viaggi e luoghi che sembravano così lontani, ma che in fondo erano appena oltre la porta di casa.

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