Mangiare italiano a New York

C’è un’espressione inglese fighissima, secondo me, che è shortchanged. E’ un aggettivo che descrive una persona che si sente fregata. Viene dalle volte che alla cassa ti danno meno resto del dovuto (short change: “resto corto”) e tu te ne accorgi ore dopo. In effetti, quando vai ai ristoranti italiani di New York, spesso ti senti come se invece di darti 5 dollari di resto te ne avessero dati solo 2.

Eppure, nonostante tutto, noi ancora ci crediamo e ci fidiamo e proviamo, sempre convinti che “Il prossimo sarà meglio di sicuro”. E invece no! (da dire sguaiatamente come Cremonini nella sua canzone).

Ma cos’hanno questi ristoranti che non va? Com’è possibile toppare una cucina così semplice come quella italiana? E’ possibile perché qui, evidentemente, non è facile ed economico usare ingredienti di prima scelta. E se ci si affida alla mozzarella americana… è presto detto il risultato.

Noi di posti italiani, ne abbiamo provati 4. Sono tutti medi come prezzo, non ci siamo spinti in posti fancy e forse (ma forse) migliori come cucina.

1) primo esperimento: Tarallucci e vino ( 163, 1st Avenue corner 10th street)
Ci siamo andati per la nostra prima cenetta romantica fuori casa, in inverno. Il posto è minuscolo e abbiamo capito subito che la gente lo frequenta principalmente per prendere un cappuccio e qualche dolce. Infatti, siamo stati subito presi dal panico, ma ormai avevamo ordinato e siamo rimasti al nostro posto. Abbiamo provato delle bruschette con salumi, pomodoro e basilico e carciofi davvero mediocri. Perché? Il salame era un qualunque cacciatorino che io pago 2.50 euro al GS di Torino, ma soprattutto, nel piatto di Marco c’erano tutte e tre, nel mio uno col salame e due col pomodoro. E i carciofi per me? Mentre il mistero si infittiva, abbiamo proseguito con dei panzerotti al prosciutto e formaggio, che piu’ che fritti sembravano passati al forno. Non erano croccanti, ma gnecchi e non sapevano di nulla. Tutto molto dietetico e in pozioni minuscole. Meno male che si sono salvati sui dolci, sempre piccolissimi rispetto alle porzioni di NY (ma anche a quelle italiane), ma freschi, fragranti e buoni. Abbiamo preso una mini cheesecake e una tortina cioccolato e pere da sufficienza piena peccato che nel complesso il ristorante non ottenga altrettanto. Voto 5 1/2.

2) secondo esperimento: Trattoria Corallo (176 Prince Street)
Ci siamo andati con la nostra amica coreana Eun Pyo, che proprio ci teneva a provare un italiano e secondo lei quello era ok. In piena Soho, quando siamo arrivati ci ha fatto subito tenerezza: quadri con viste di Amalfi alle pareti, caraffe di coccio, tavoli di legno, sedie di paglia e tovaglie a quadri, mattoni a vista e nessun italiano a servire. Abbiamo preso una caprese terrificante: la mozzarella, tagliata a triangoli (sigh!), era tipo la pizzottella secca che qui qualcuno ancora usa sulla pizza per non fare troppa acqua. Poi siamo passati alla pasta. Io ho preso quella prosciutto panna piselli e funghi. Non era cattiva, ma le penne galleggiavano in almeno mezzo litro di sugo conditissimo e saporito e ustionante come lava. La porzione era erculea, ma nonostante tutto l’ho spavaldamente affrontata. Il vino, un Lambrusco al di là di ogni possibile immaginazione (non era cattivo, ma molto Lidl), ci è costato un occhio. Voto: 4

3) terzo esperimento: Fiore (284, Grand Street, Brooklyn)
Fiore è amatissimo a Williamsburg e all’inizio non capivo il perché. Mi spiego: ci sono stata l’anno scorso quando sono venuta a NY in vacanza e mi ha fatto davvero orrore. La pasta peggiore della mia vita e tutti gli altri commensali a dire: “Ma che buono che buono!”. E io mi chiedevo: sarà che si sono dimenticati come si mangia in Italia dopo tutti questi anni, oppure è davvero il meglio che si trova a NY? La risposta, col senno di poi, un anno dopo è questa: di meglio non si trova, per quelle cifre almeno.

L’ultima volta che sono venuta qui ho presto una pasta ai frutti di mare: rischiosa, ne convengo. Il sugo era ottimo, poco da dire. La pasta era scotta e con uno strano retrogusto che mi ha fatto supporre una provenienza da discount. Il dolce, una torta alle mele con gelato, era buona.

Il prosecco dell’apertivo nella norma. Alla fine, quindi, non ci si può lamentare. Un punto di merito va al locale, davvero ampio e molto curato, con grandi tavolate di legno che ospitano piu’ persone insieme: un decor semplice, rustico e famigliare. Voto: 6 1/2

4) quarto esperimento: Frankie spuntino (17 Clinton Street)
Ci siamo andati ieri sera e il menu, dal sito, ci ispirava un sacco. Cretini che non siamo altro! Marco si è lanciato prendendo il carissimo antipasto dello chef composto da salame, prosciutto di San Daniele, funghi, bietoline (solo gambi a dire il vero), olive e formaggio di capra. Io ho preso due crostini, uno con miele e ricotta e uno con alici bianche di Sicilia.

Entrambi abbiamo scelto le polpette con uvetta e pinoli e un mezzo litro di Nero D’Avola che costava poco (almeno per gli standard newyorkesi). Il vino era normale, come uno buono di quelli che prendi al super. Per NY non è affatto male. I miei crostini erano buoni, da 7 direi: ricotta fresca, pane croccante e alici davvero saporite, delicate e nello stesso tempo gustose. Il punto dolente è stato l’antipasto di Marco. Era tutto medio come qualità, e ormai abbiamo capito che mediocre qui è un lusso, ma pagare 16 dollari per un piatto di affettati, formaggio e olive ci ha fatto ridere. Questo è il tipico antipasto raffazzonato che posso fare io, in fretta e furia, se ho amici a cena all’ultimo secondo. E’ l’antipasto che mangi in qualunque piola, in giro per l’Italia, per pochi euro, solo che là ti danno il doppio della porzione ed è molto piu’ buono.

Ma antipasto a parte, quello che ci ha steso sono state le polpette. Se sei Edward Cullen, o Damon Salvatore, o Bill Compton o Angel o, molto più semplicemente, se sei Dracula, evita queste polpette! Sono un tripudio d’aglio da ammazzarti. Ma perché, dio mio? Io odio l’aglio, evabbé, è un mio problema, lo odio perché non lo digerisco, ma posso accettarlo ogni tanto per la sua bontà. Ma perché, mi chiedo, metterne così tanto, che alla fine copre ogni altro sapore? Terrificante. Siamo ancora qua che cerchiamo di smaltirlo. Parlando dell’estetica del ristorante: posto minuscolo, dove devi combattere gomito a gomito coi vicini perché i tavoli sono praticamente uno sull’altro. Pessimo per una cena romantica, ma lampade interessanti alle pareti. Voto: 6 -.

Concludendo, a mangiare italiano ci siamo sempre sentiti shortchanged, tranne la prima volta, al Tarallucci e Vino, quando la cameriera ci ha portato molto più resto del previsto. La pancia non era soddisfatta ma il portafoglio si’!

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