Fatti processare! (no, non lui…)

Dunque, quanti film ci è capitato di vedere in cui il protagonista era, in modo più o meno convincente, il sistema processuale americano? O, per meglio dire, le fasi cruciali del dibattimento e della sentenza?

Una caterva.

Ecco che dunque, trovandomi in terra americana, non ho potuto fare a meno di farmi un giro presso la Criminal Court, che si trova al numero 100 di Center Street, a pochi passi da City Hall Park, per vedere se veramente le cose funzionano come ci è sempre stato raccontato su pellicola.

Quello che colpisce sin da subito è l’estrema gentilezza del personale. Perfino le guardie che effettuano i controlli all’ingresso sono cordiali e disponibili a indicarvi le aule dove si stanno svolgendo i processi più interessanti. Una volta superato il metal detector io e il mio amico Alex, avvocato penalista di Rio de Janeiro, ci fiondiamo al quindicesimo piano dove ci hanno detto ci dovrebbe essere un processo relativo all’omicidio commesso da un vigile del fuoco. Arrivati al piano, veniamo colti da un senso di smarrimento. C’è un corridoio lunghissimo tipo ospedale, porte che si aprono a destra e a manca, poca gente in giro. Ovviamente ci siamo dimenticati il numero dell’aula, perciò ci facciamo coraggio ed entriamo in una stanza a caso. Ci accomodiamo sulle panche di legno che ricordano molto quelle delle chiese e osserviamo il movimento al di là della corda che separa il pubblico dagli “addetti ai lavori”. Ci sono un paio di poliziotti e una coppia di tizi tirati che sembrano i classici avvocati d’assalto americani. Tra il pubblico, oltre a noi, c’è solo un ragazzo di colore con occhiali da sole e completo scuro. Alex si avvicina e gli chiede di che processo si tratta e lui beatamente risponde: “Il mio. Droga”. Torniamo – velocissimi – a sederci in ultima fila e finiamo con lo scoprire che il ragazzo è accusato di aver venduto droga a un poliziotto sotto copertura. Dopo alcuni minuti entra il giudice e poi la giuria, succedono un tot di cose che non capiamo e alla fine lasciamo il ragazzo al suo destino e cambiamo aula. Decidiamo di spostarci al tredicesimo piano, entriamo in una stanza più piccola, e ci troviamo nel bel mezzo di un processo in una fase decisamente più concitata. Stavolta si tratta di omicidio e le cose sono si fanno subito serie. Assistiamo a un interrogatorio incrociato fatto a un detective della omicidi di New York e mi sembra di piombare in un romanzo di Lansdale o James Ellroy. Gli avvocati dell’accusa hanno gioco facile, mentre i due difensori sembrano piuttosto in difficoltà. Come da tradizione è tutto un fuoco di “objections”, attraverso cui gli avvocati tentano di impedire che le risposte date dal testimone possano influenzare troppo la giuria. Ci sono anche alcune foto dell’imputato, che vengono mostrate agli stessi giurati. Vengono spiegate nel dettaglio le modalità dell’omicidio e delle indagini che hanno portato al conseguente arresto. Devo ammettere di non capire esattamente ogni singola fase, ma tutto sembra procedere in modo informale e veloce. Frequenti sono le mini-riunioni in cui il giudice chiama a sé gli avvocati per chiarire qualche punto controverso.

Mi limito a registrare il fatto che l’imputato è di colore mentre tutti gli avvocati, i poliziotti presenti (tranne uno) e tutti i membri della giuria (tranne uno) sono bianchi come il latte.

Il procedimento prosegue e si aggiorna alla prossima settimana. Approfittando di una pausa io e Alex ci defiliamo e ce ne torniamo al piano terra. E’ ancora presto e la giornata è soleggiata e tiepida, non ci resta che puntare verso Union Square per una bella birra fresca.

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Comments
One Response to “Fatti processare! (no, non lui…)”
  1. Mary says:

    una settimana di più ed avresti potuto seguire le udienze x dsk. Qua non si parla d’altro

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