Come farsi del male fisicamente sul Cyclone a Coney Island (e alla Mermaid Parade)

A Coney Island, tra le altre mille cose, a giugno ci organizzano la Mermaid Parade. Come dice il nome, si tratta di una surreale sfilata in cui uomini, donne, bambini, giovani e anziani si travestono a tema “acquatico”, sfoderando una trafila di abiti fai da te che danno l’idea di come potrebbe essere stato il Carnevale ad Atlantide. Ecco quindi improbabili uomini-medusa, biciclette-pesce, sirenette e sirenetti senza vergogna. La parata scorre lenta lungo Surf Avenue, per poi infilarsi sul lungomare. La folla immensa e il sole delle due a picco sui nostri sguarniti corpi, non ci hanno consentito di resistere fino alla fine, però siamo comunque riusciti a fare un po’ di foto, che rendono l’idea meglio di qualsiasi descrizione.

Approfittando della parata, abbiamo deciso di arrivare con la metro Q fino a Brighton Beach, risalendo poi la spiaggia fino al Luna Park. Passandoci davanti, non ho resistito all’impulso di provare qualche giostra, visto anche che, stranamente, il parco era semi vuoto. Eccomi quindi proporre a Maia un giro sullo storico Cyclone, le montagne russe di Coney Island costruite nel 1927. L’origine antica della giostra e l’assenza di giri della morte o loop particolarmente veloci, mi hanno fatto sorridere pensando alle cartoline pubblicitarie che titolano: “I survived the Cyclone”. Che esagerazione, sarà una giostrina da bambini, ho pensato.

Sbagliato.

L’ultima cosa che mi ricordo è infatti la salita iniziale, quando il carrello si muoveva lento verso l’alto e io me la ridacchiavo con Maia indicandole le attrazioni del parco viste da lassù. Dopo qualche secondo i ricordi si fanno confusi. La prima discesa mi spezza la schiena, letteralmente. È un dolore talmente forte che perdo quasi i sensi. Il resto sono colpi, strattoni, sbandate. Cuore in gola, testate a Maia, labbra che sbattono contro la barra protettiva (protettiva?), corpo che si solleva almeno di una spanna a causa della pendenza, altri colpi sulla schiena. Accolgo l’ingresso nel rettilineo finale come una liberazione. Guardiamo le foto che ti fanno durante la discesa. Maia ridacchia a braccia alzate. Io sono chinato, la testa quasi tra le gambe, le braccia tesissime di fronte a me ad afferrare la barra, nell’estremo tentativo di trovare sollievo ai colpi alla schiena. Per tutto il resto del giorno avrò un labbro gonfio e una certa difficoltà nel girare la testa a sinistra.

Lo devo ammettere, non sono sopravvissuto al Cyclone.

(e giusto per dimostrare che questo affare è sul serio pericoloso e che non sono io ad essere una mammoletta, segnalo che nel 2007 un tizio la shiena se l’è spezzata sul serio, ed è morto pochi giorni dopo…)

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